Saggio sull’incontro tra il musical policy thinker Shain Shapiro e la Casa della Musica di Como
Il modello di Shapiro: Da musica personale a musica impersonale
Shain Shapiro, founder e CEO di Sound Diplomacy, propone un modo nuovo di pensare la musica. Non come la cosa più intima che abbiamo – quella playlist che vorremmo tutti amassero quanto noi – ma come un determinante di cambiamenti sociali nelle città: uno strumento il cui valore dipende dall’impatto misurabile su tutto ciò che musicale non è.
È vero, la musica è ovunque e questo fornisce in linea di principio una lista abbondante di correlazioni che si possono misurare statisticamente tra la musica, definita come quantità e qualità di locali di musica aperti, e altre variabili rilevanti per la comunità: la correlazione di segno negativo tra musica e criminalità, o tra musica e solitudine, e quella di segno positivo tra musica e inclusione sociale. Sempre in linea di principio, mappare i luoghi in cui, in una città, si fa musica sarebbe un modo per conoscere dove queste altre variabili sociali sono sotto livelli critici. Diventa quindi possibile aumentare quantitativamente l’uso di musica in quelle aree, per apportare valore sociale alla città. Meno criminalità e solitudine, più inclusione: perfetto per convincere i decisori sociali di una città (coloro che la governano e i portatori di interesse privati più influenti) a investire in maggiori opportunità musicali.
In pratica, chi governa la città deve promuovere regolamentazioni che tutelino la categoria dei musicisti, sulla base del miglioramento sociale che questo cambiamento comporterebbe. Ciò contribuirebbe inoltre a risolvere l’annoso problema dell’“economia dei lavoretti [gig economy]”, cioè il fatto che professionisti della musica che non siano dipendenti statali (nei teatri o nelle scuole) sono costretti a sostentarsi attraverso una miriade di piccoli incarichi, piuttosto che attraverso un’attività unica e coerente. Il miglioramento delle condizioni per questi artisti deriverebbe dal loro potere come agenti di miglioramento sociale. Inoltre, la lotta alla gig economy sarebbe in sé desiderabile per chi governa in quanto si porrebbe come un caso speciale della lotta alla disoccupazione. Allora, perché non investire nella musica?
Lo status della musica come merce
Per Shapiro, il valore della musica è sempre il valore per qualcuno: quel qualcuno è chi governa e prende decisioni sulla base di statistiche riferite a cittadini e turisti (reddito, numero di concerti a cui si partecipa, per fare degli esempi) e sostiene la musica nella misura in cui migliora le condizioni della città. Il valore della musica è qui impersonale nel senso che esso è definito in termini di dati aggregati.
Il valore personale della musica per ciascuno in quanto singolo non è altrettanto promettente come leva per la politica urbana. Non conviene, insomma, usare fondi di governi interessati a un aumento di benessere sociale (o di privati interessati a un profitto derivato dal loro investimento) per trasformare le persone in musicofili. Si devono convincere i decisori sociali a investire sulla musica facendo leva su tangibili miglioramenti extra-musicali da essa causati. I musicofili, che secondo Shapiro costituiscono plausibilmente solo il 20% della popolazione, non si opporrebbero, e rimane aperta la possibilità che qualcuno diventi più appassionato di musica in ogni caso.
Potremmo definire questa musicofilia prendendo spunto da Gary Becker (1930-2014), Premio Nobel per l’Economia che, in Accounting for Tastes, ha dedicato alcune riflessioni alla musica come merce che induce assuefazione benefica. Il tempo che una persona trascorre esposta all’esperienza o all’apprendimento della musica può aumentare il valore stesso della musica per lei. Più si pratica la musica nelle sue forme (ad esempio, ascoltando per anni l’integrale di Beethoven o imparando a suonare uno strumento) più si accumula capitale musicale: un capitale umano, cioè inalienabile dalla persona, che aumenta la capacità di apprezzamento della musica (p. 29). Il tempo dedicato da quella persona è concepito almeno in parte come investimento che porta a un aumento di capitale musicale e quindi alla possibilità che aumenti il valore della musica.
Shapiro propone di usare l’analisi costi-benefici – cioè il confronto tra perdite e guadagni, in termini di benessere sociale, dovuti a una certa politica pubblica – per mostrare che un cambiamento nelle attività musicali comporterebbe un miglioramento per la città. Questo incremento di valore, sì, può derivare dalla soddisfazione delle preferenze dei cittadini o da visioni generali del benessere individuale, quali una maggiore qualità della vita. Ma, nella visione di Shapiro, l’analista non si interessa direttamente di conoscere il capitale musicale, e cioè la possibilità, sviluppata dinamicamente da ciascuno a diversi livelli e secondo imprevedibili traiettorie, di apprezzare la musica. Lo scopo è pur sempre quello di analizzare ciò che consente ai decisori sociali di formarsi un’idea, attraverso dati, su quale attività musicale genera più benessere aggregato.
Perché invece non promuovere anche la raccolta di dati su quelle traiettorie individuali di apprezzamento della musica, e monitorare la crescita del capitale musicale nella città?
La Casa della Musica: Integrare il modello di Shapiro con l’attività di think tank
Non riflettere sull’investimento dei singoli nella musica come bene che ha valore per loro può diventare problematico; specialmente, quando si trae la conclusione che investire denaro pubblico nel rendere le persone più musicofile sia inutile. La passione di ciascuno per la musica e l’investimento dei governi in attività musicali che risolvano problemi sociali possono e anzi dovrebbero convivere.
Shapiro ha dichiarato che, dal suo punto di vista personale (quello per definizione irrilevante per la sua analisi impersonale), “la musica è la cosa più vicina alla religione”: essa è un supporto nelle sfide quotidiane e una forma benefica di assuefazione. Non è chiaro, però, perché questo aspetto personale non possa combinarsi con le politiche pubbliche, invece di trovarsi in contrasto con esse. Anzi, si può argomentare che l’importanza della musica per ciascuno possa aiutare a sostenere i risultati delle politiche che Shapiro stesso vorrebbe promosse dai governi.
Nella tradizione economica “contrattualista”, che va dal Premio Nobel per l’Economia James M. Buchanan (1919-2013) al filosofo Robert Sugden (1949), qualunque politica pubblica non deve essere rivolta a un governatore che prende decisioni su dati aggregati ma a ciascun singolo cittadino separatamente. In questo caso, l’interesse di ciascuno per la musica e l’investimento dello Stato in essa – attraverso politiche generali ed impersonali – potrebbero portare a una gestione efficiente della musica come bene di interesse collettivo. A complemento dell’enfasi di Shapiro sul rapporto tra l’analista e il governo, servirebbe una forma di think tank, cioè un gruppo di ricerca economico-musicale indipendente, dove risultati di ricerche ed esperienze musicali siano messi a disposizione dei cittadini. Le stesse statistiche sulla musica dovrebbero essere rese pubbliche, così da rafforzare la fiducia nella musica come bene su cui vale la pena iniziare o continuare a investire. La mappatura del capitale musicale, ad esempio, potrebbe dare agli individui una base per stimare autonomamente il valore che la musica ha già raggiunto e può raggiungere nella città, dando loro la visione necessaria per investire.
Questo impiego dei dati è differente dal loro utilizzo per dimostrare ai governi i guadagni di benessere derivati da più eventi musicali: raccogliere informazioni sul capitale musicale non è un modo per affinare l’analisi costi-benefici di Shapiro. Piuttosto che presumere che la musica sia cosa buona e provare che impatta positivamente sugli obiettivi dei governi (ad esempio, la lotta alla disoccupazione), si dovrebbe prima portare ciascuna persona a valutare il possibile ritorno sul proprio investimento nella musica per sé e per la propria città.
Ciò non vuol dire, come invece teme Shapiro, regredire all’esibizione di affetto verso la propria playlist. Vuol dire che si devono creare le skill musicali, e nelle materie toccate interdisciplinarmente dalla musica, che mettano le persone nella condizione di vedere un ritorno su quell’investimento. Ma chi potrebbe svolgere quel ruolo da think tank e portare le persone a investire?
Verso una integrazione tra personale e impersonale
La Casa della Musica di Como potrebbe rappresentare il punto di partenza di progetti che espandano il modello di Shapiro in chiave contrattualista. Potrebbe, ad esempio, svolgere o promuovere attività che facilitino lo scambio di competenze tra persone con interessi e livelli di capitale musicale differenti, risultando in una formazione musicale che metta le persone nelle condizioni di poter conoscere e accrescere il valore della musica per se stesse. La conoscenza di quei livelli di capitale individuale, organizzati gerarchicamente secondo una sorta di belt system, aiuterebbe a individuare musicisti più esperti per chi è interessato a ricevere supporto o supervisione per sviluppare il proprio tracciato o progetto musicali.
Non serve invertire la rotta di Shapiro da playlist a policy. Occorre soltanto che l’impersonalità della policy musicale sia qui interpretata nel senso contrattualista di policy generale ed inclusiva, che funzioni come una cornice all’interno della quale diventa sensato per ciascuno investire in skill musicali, così che l’aumento quantitativo di eventi, concerti, bande e cori promossi da chi governa trovi corrispondenza in un aumento delle persone che li sappiano interpretare e valorizzare alla luce dei tracciati musicali presenti nella città. In sostanza, la policy musicale non può essere solo una fornitura di servizi, mediata da chi governa, da parte della casta dei musicisti o musicofili (diciamo, il 20%) a tutti gli altri membri della comunità (l’80%), altrimenti è difficile immaginare che, per quanto elevati, i ritorni che la musica permette sugli investimenti dei governi (o dei privati) siano tali da giustificare (o mantenere vantaggioso) l’investimento a lungo termine.
Attraverso la mappatura del capitale si potrebbe scoprire che una città con molti eventi è caratterizzata da poco capitale musicale, o viceversa. Potrebbero cioè mancare, nella città, le condizioni minime perché le attività musicali che dovrebbero causare il miglioramento sociale siano oggetto di sufficiente possibilità di apprezzamento e investimento da parte dei singoli. Il confronto tra la mappatura dei locali di musica condotta da Shapiro e quella del capitale musicale della Casa della Musica potrebbe anche stimolare il dibattito pubblico su come impostare la policy musicale per rispondere a un eventuale disallineamento tra le mappe, generando input per l’attività di governo.
Inoltre, è plausibile che senza il coinvolgimento degli individui, facilitato dalla disseminazione di informazioni sul capitale musicale, le stesse opportunità messe a disposizione da chi governa non penetrino nel tessuto sociale che, nella visione di Shapiro, la musica avrebbe la pretesa di migliorare. Queste opportunità potrebbero, ad esempio, essere sfruttate da un gruppo di maggioranza, o da un’élite territorialmente forte, o proprio da quei decisori sociali che le promuovono, indirizzando le attività culturali al profitto piuttosto che al benessere sociale.
Queste questioni potrebbero essere affrontate in una realtà come Como, integrando lo sviluppo di competenze musicali (o di interesse verso queste) dei singoli individui con le politiche pubbliche della città; queste ultime, sì, sostenute nello stile di Shapiro. È efficace partire dall’effetto sociale della musica come strumento per convincere i governi a investire in essa, come Shapiro, ma la sua stessa impresa potrebbe aver bisogno di un’integrazione per proseguire efficacemente: la passione per la musica del singolo non deve essere sacrificata, ma integrata a sua volta in un piano di investimento collettivo ancora più ampio. Ciascuno deve poter riconoscere l’orizzonte di crescita di valore che la musica può avere per sé nella città. Perché la musica migliori le città, è importante che i governi vedano nella musica un mezzo, ma anche che ciascuno veda in essa un fine.
Bibliografia
Becker, Gary S. 1996. Accounting for Tastes. Cambridge (MA): Harvard University Press.
Shapiro, Shain. 2023. This Must Be the Place. How Music Can Make Your City Better. London: Repeater Books.
Sugden, Robert. 2018. The Community of Advantage. A Behavioural Economist’s Defence of the Market. Oxford: Oxford University Press.
